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Generazione senza eredità: il futuro dei giovani in Italia

Inchiesta "promettente"

 

Bologna
Italia

 

In Italia il tasso di disoccupazione giovanile sfiora oramai il 29%, uno dei valori più alti d'Europa. Peggio di noi solo Grecia, Romania e Polonia. Secondo l'ultima ricerca presentata dall'Eurostat l'88% di giovani al di sotto dei 25 anni si è rassegnato al lavoro 'atipico' che costituisce anche l'unica forma di impiego che è dato conoscere. Buste paga da meno di mille euro al mese, titoli di studio chiusi in un cassetto, mansioni che non corrispondono alla formazione maturata nel corso della carriera universitaria e delle specializzazioni conseguite nel post-laurea. Dati allarmanti destinati a crescere in maniera esponenziale e che dopo la legge 30 sono stati ulteriormente esasperati dal cosidetto 'pacchetto Treu' che ha segnato un altro punto a favore del precariato.  E per finire la triste schiera dei 'bamboccioni' la cui soglia anagrafica arriva oramai ai quarant'anni. Bamboccioni non certo per scelta, come subdolamente insinuato in varie occasioni da tanti esponenti del nostro governo i quali probabilmente ignorano l'allarmante crisi di identità, oltre che di 'professionalità', che queste generazioni stanno attraversando.

Ci troviamo di fronte, per la prima volta dopo anni, ad un quadro non certo confortante che mette a serio rischio la crescita sociale di questo Paese e la sua stabilità. Un quadro che vede i figli con prospettive meno rosee di quelle che i loro padri potevano intravedere alla stessa età, sopratutto per quanto riguarda lavoro e retribuzioni, e che trova conforto in una forbice retributiva sempre più ampia tra under 30 e i colleghi più maturi.

Secondo i dati del rapporto di OD&M, che prende in considerazione oltre 1,5 milioni profili retributivi, già nel 2007 lo stipendio totale annuo lordo dei giovani impiegati (con un’età compresa tra 24 e 30 anni) è stato pari a 22.121 euro, ovvero il 77,1 per cento di quello dei colleghi con 41-50 anni e il 73,8 per cento di quelli tra 51 e 60 anni.

E nel frattempo assistiamo al progressivo innalzamento dell'età pensionabile che porterà i lavoratori odierni a lasciare i loro posti in un futuro sempre più remoto, mentre i figli  -  perlomeno quelli più fortunati - attendono rassegnati l'ennesimo rinnovo di un contratto a progetto che non offre loro nessuna garanzia, eccetto quella di un avvenire tutt'altro che rassicurante.

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Commenti

Ciao Erika, la premessa e i dati che hai fornito sono molto utili per inquadrare l'argomento: come pensi di focalizzare e circoscrivere l'inchiesta? Il tema è così vasto che, secondo me, occorre individuare un sotto-tema o concentrarsi su una città o su un settore particolare.

Federico Bo

ciao e grazie per il tuo commento. In effetti è vero, l'argomento è molto vasto e sicuramente non inquadrabile in un contesto così ampio come quello nazionale. Il fatto è che giorno dopo giorno mi capita sempre più spesso di parlare con persone della mia età e le storie che sento sono sempre le stesse: mancanza di lavoro, incertezza sul futuro, rapporti di lavoro al limite della legalità ecc. Storie che assomigliano anche alla mia purtroppo e che sono confortate dai dati che emergono dalle ricerche, come quelle citate nel mio post. Io vorrei concentrarmi sulla mia regione, che in teoria dovrebbe essere una delle più floride nel panorama italiano e che invece è densa di problematiche e contraddizioni. Vorrei raccogliere le testimonianze di chi si trova alla disperata ricerca di un lavoro più vicino possibile alla propria formazione, di chi l'ha trovato e non ne è soddisfatto, di chi ha dovuto rinunciare alle proprie ambizioni e ripiegare su qualcos'altro. Ma vorrei anche sapere cosa pensano gli imprenditori, i datori di lavoro di queste persone e i lavoratori più 'anziani' che probabilmente assistono a questa involuzione senza davvero rendersi conto di ciò che comporterà anche per i loro figli. Infine, analizzerei - dati alla mano - la situazione nazionale sulla base delle ricerche più recenti. Vorrei che questo articolo fosse anche una 'denuncia' in un certo senso e se mai ce ne fosse ancora bisogno, della condizione sociale e professionale che questa generazione sta attraversando e sottolineare che un lavoratore atipico è anche un individuo socialmente atipico perchè privato del diritto sacrosanto di costruirsi un futuro sicuro. Ecco perchè parlavo di 'crisi di identità'. Purtroppo non possiamo permettere che questo argomento venga un giorno derubricato per via della frustazione che genera nell'opinione pubblica.

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